domenica 1 giugno 2014

Faery: Legends of Avalon, o della solitudine dei numeri primi

Ancorché tutt'altro che perfetto, il francese Faery: Legends of Avalon (2010, Spiders Studio) rappresenta un coraggioso quanto incompiuto tentativo di offrire una variazione sul tema del JRPG di stampo nipponico, mescolato a suggestioni estetiche e letterarie più specificatamente occidentali. La trama è infatti tutta giocata su una difficile missione affidata da Oberon, sovrano fatato di shakespeariana memoria, a un folletto appena risvegliatosi da un sonno misterioso che lo ha tenuto in stato di sospensione per parecchi anni. Tale missione, da svolgersi percorrendo "piani" paralleli ispirati alle più celebri dimensioni mito-fiabesche europee e mediorientali, prevede l'alternanza tra lunghe fasi esplorative e combattimenti (rigorosamente a turni) contro varie entità malvagie che minacciano la sopravvivenza del mondo fantastico. Sul modello di motivi già noti alla letteratura per l'infanzia - cfr. La Storia Infinita - anche in Faery: Legends of Avalon il luogo principale in cui si svolge la narrazione risulta gravemente corrotto a causa dell'influenza nefasta degli esseri umani, la cui grettezza rischia di far scomparire per sempre nella nebbia il magico regno di Oberon.

sabato 17 maggio 2014

Dmitry Kochanovich (1972-...)

Gli abitanti della Città di Kitezh restano convinti assertori dell'importanza del ruolo sociale e collettivo dell'arte, e ritengono che le manifestazioni di sedicente 'arte contemporanea' - che ingrassano le trippe già rigonfie di un club molto esclusivo di critici e collezionisti - non ricoprano in nessun modo tale fondamentale funzione. Da circa un centinaio di anni, oseremmo dire. 
E no, impiantare in mezzo alla strada il grande museo-container dell'archistar di grido, o il monumento costruttivista-astratto - magari anche con la pretesa dichiarata di educare i poveri plebei costringendoli a tollerare linguaggi formali ormai addomesticati dall'industria culturale e svuotati di ogni carica rigenerante - non significa affatto "fare del sociale". Significa essere stronzi.

Ciò premesso, fa molto piacere veder circolare sul web l'opera di Dmitry Kochanovich, originario della costa del Mar Nero e attivo professionalmente da più di vent'anni. Pittore estremamente tecnico, artigianale, dotato di mezzi virtuosistici specialmente apprezzabili nelle sue prove più recenti, presenta un universo figurativo per certi versi ambiguo, la cui qualità appare spesso di difficile definizione. 

martedì 6 maggio 2014

Child of Light, o del difficile equilibrio di un'operetta estetica

Supportato da un controllatissimo battage pubblicitario e dal sempre felice tocco di Yoshitaka Amano (autore dello splendido poster incluso nell'edizione deluxe), fin dalla comparsa dei primi video promozionali questo Child of Light non ha mai voluto nascondere quale fosse il proprio obiettivo: quello di voler essere, primariamente, una sorta di operetta estetica.

"Estetica", nella misura in cui questo gioco fonda il 99% della propria efficacia sulla mera forma: l'art direction, la grafica, l'aspetto esteriore... insomma, tutto ciò che al 99% dei casi riesce a determinare il successo di un videogioco moderno presso il pubblico generalista, e che al 99% dei casi la sedicente 'critica specializzata' accantona quasi con disprezzo, alla ricerca spasmodica di un contenuto. E qui sta la vera, a suo modo geniale trovata del gioco: di contenuto, in Child of Light, non se ne vede nemmeno l'ombra.
Più nello specifico, in Child of Light tutti gli elementi che in qualsiasi altro videogioco concorrerebbero a definirne il contenuto (trama, caratterizzazione dei personaggi, gameplay etc.) sono totalmente asserviti alla forma, e non vogliono - né, tantomeno, potrebbero - sussistere al di fuori di essa. Se gli sviluppatori Ubisoft non avessero saputo dotare la propria creatura di quella smagliante apparenza che sta affascinando critica e pubblico, il gioco non sarebbe potuto sopravvivere in nessun'altra veste.

giovedì 24 ottobre 2013

Zerocalcare - Dodici

Insomma, è bravo, questo famoso Zerocalcare?
Abbastanza. Il suo tratto è pulito, le sue pagine presentano il più delle volte un discreto ritmo, e in linea di massima la sua produzione riesce spesso a divertire. Il suo secondo lavoro Un polpo alla gola, aveva rivelato discrete doti di narratore, la capacità di inventare una storia originale e di saperla 'portare' al lettore con i tempi giusti, e il supporto di un registro agrodolce ben equilibrato. Resta, finora, il suo prodotto migliore.
Al contrario questo ultimo libro, Dodici, appare purtroppo come un lavoro mediocre, nel quale i difetti congeniti del marchio Zerocalcare emergono con prepotenza preoccupante.

giovedì 10 ottobre 2013

Eloy Morales (1973-...)

Presa nel suo complesso, la pittura iperrealista rivela spesso quel difetto di inconsistenza tematica che, fin dai tempi dell'Impressionismo francese, è comune a tutte quelle tendenze artistiche originatesi sostanzialmente da uno 'scarto' tecnico: esso appare innovativo e persino rivoluzionario al momento della sua nascita, ma alla lunga tende a ripiegarsi in un esercizio di virtuosismo fine a se stesso.
Eloy Morales, madrileno classe 1973, sfugge abilmente a questo pericolo. Ciò grazie a un repertorio di soggetti accuratamente selezionato, che incoraggia lo spettatore a oltrepassare il senso di meraviglia per la sua stupefacente tecnica pittorica, e a interrogarsi sul contenuto delle opere. Contenuto che non presenta, di per sé, nulla di particolarmente originale: si tratta in gran parte di ritratti para-fotografici di persone piuttosto comuni (sovente l'artista stesso), immortalati in primissimo piano. Le espressioni facciali sono altrettanto comuni: né sorrisi, né 'pose' artificiali, ma volti fermi o appena increspati, come quelli che si intravedono quotidianamente per la strada. In qualche occasione, soprattutto nel caso degli autoritratti, la faccia viene riprodotta come fosse ricoperta di colore, in una sorta di innocente gioco di scatole cinesi: se l'opera pittorica finge di essere una fotografia, la pittura si trasferisce fisicamente addosso al modello rappresentato.
Nonostante l'apparente semplicità, la soluzione funziona in modo egregio. Perché le qualità dei ritratti di Morales sono quelle tipiche dei migliori esponenti del genere, non importa di quale periodo storico, e non importa se in campo pittorico o fotografico: essi costringono l'osservatore a restituire lo sguardo insistente dei personaggi, a interrogarsi sui loro contenuti psicologici, a riconsiderare affinità e divergenze con il proprio vissuto. Il che è molto più di quanto parecchia 'arte contemporanea' sia in grado di fare.
 

martedì 1 ottobre 2013

Premessa # 3

In attesa di avviare a pieno regime le attività sul nuovo blog, La Città di Kitezh ha approfittato per dotarsi di una pagina Facebook e di un account Twitter specifici.
Al solito, commenti e critiche sono i benvenuti.
 

giovedì 1 agosto 2013

Premessa #2

Si discute qui di varie cose. Arte e letteratura fantastica, videogiochi, musica, attualità, cultura generale. Unico filo conduttore, il gusto personale del sottoscritto: ciò implicherà, tra le altre cose, anticlericalismo spinto. Uomo avvisato.

Per chi se lo domandasse: 'Kitezh' è ispirato all'opera di Nikolai Rimsky-Korsakov, La leggenda dell'invisibile città di Kitezh e la fanciulla Fevroniya, del 1907. Qui di seguito l'aria d'apertura.

Buona lettura.



mercoledì 2 gennaio 2013

Premessa

Non pensare che noi siamo morti;
noi siamo vivi:
La città di Kitezh non è caduta, ma è nascosta.
Noi siamo vivi in un luogo di tale abbondanza,
che la mente non può immaginare;
noi siamo fioriti come delle palme,
come gigli dal dolce profumo –
Noi ascoltiamo la dolcezza del canto
di Sirina e Alkonost
.

Vladimir Bel’skij (da L'Invisibile Città di Kitezh - Rimsky-Korsakov)