Supportato da un controllatissimo
battage pubblicitario e dal sempre felice tocco di Yoshitaka Amano
(autore dello splendido poster incluso nell'edizione deluxe), fin
dalla comparsa dei primi video promozionali questo Child of Light
non ha mai voluto nascondere quale fosse il proprio obiettivo:
quello di voler essere, primariamente, una sorta di operetta
estetica.

Più nello specifico, in Child of Light
tutti gli elementi che in qualsiasi altro videogioco concorrerebbero a definirne il
contenuto (trama, caratterizzazione dei personaggi, gameplay etc.) sono totalmente asserviti alla forma, e non vogliono
- né, tantomeno, potrebbero - sussistere al di fuori di essa. Se gli
sviluppatori Ubisoft non avessero saputo dotare la propria creatura
di quella smagliante apparenza che sta affascinando
critica e pubblico, il gioco non sarebbe potuto sopravvivere in
nessun'altra veste.

Accanto a questa corrente squisitamente occidentale va considerata un altrettanto massiccia componente giapponese: una componente che non si
limita soltanto – come si legge da più parti - al sistema di
combattimento a turni in stile JRPG, ma si estende diffusamente anche
al comparto grafico. Un semplice confronto tra la produzione del sommo Yasuhiro Nakura e il quadro del villaggio dei
Capilli basterà a convincere chiunque.
La trama obbedisce naturalmente alla
formula della fiaba tradizionale, operando su personaggi dalla mente semplice e unidirezionale. La protagonista Aurora affronta l'intera esperienza animata da princìpi
che appaiono sempre perfettamente limpidi e trasparenti agli occhi del giocatore. Lo stesso vale per i molti amici che la accompagnano:
c'è che vuole ritrovare un fratello, chi desidera far colpo su una
bella ragazza, chi deve riscattare il proprio orgoglio ferito. Tutto
qui? Sì, ed è sufficiente, perché una fiaba, per funzionare, deve
alimentarsi di valori assoluti, di contrasti manichei, deve
necessariamente essere libera da approfondimenti, ambiguità
o pastoie psicologiche. Coloro che lamentano l'inconsistenza dei
personaggi di Child of Light, dovrebbero riflettere sul fatto che
qualsiasi elemento appena più complesso avrebbe rischiato di
compromettere in modo irrecuperabile il risultato finale.
Il gameplay è una miscela di features pescate da generi diversi, e
rimescolati con il solo scopo di farsi notare singolarmente
il meno possibile, per non interrompere in
alcun modo l'andamento diegetico della fiaba. Non stupisce, pertanto,
che la componente esplorativa platform conceda quasi subito al
giocatore il dono del volo, eliminando così
del tutto il problema della gravità: un
elemento, quest'ultimo, che non soltanto avrebbe intralciato la
visione delle mirabili profondità aeree
disegnate negli sfondi, ma avrebbe rallentato eccessivamente il
moto della
protagonista - moto che in un gioco come questo è palese metafora
videoludica della narrazione.
Non stupisce, allo stesso modo, che le
componenti più tipicamente GDR siano semplificate al massimo, fino al limite della stolidità, oltre la quale non sarebbe stato possibile
andare: come un bambino che forma nella sua testa l'immagine mentale
preferita per raffigurare la principessa della fiaba, così il
giocatore deve poter avere l'impressione di personalizzare Aurora e i
suoi compagni come preferisce, senza però mai rischiare di
trasformare accidentalmente la principessa in una strega. Altrettanto
funzionale il sistema di combattimento a turni, accuratamente
studiato nel dettaglio per supportare scontri mai troppo lunghi né
troppo difficili: la principessa delle fiabe, per definirsi tale,
deve avere sempre la certezza – si direbbe quasi il diritto
– di
sopravvivere e di
raggiungere
il proprio obiettivo.
Tutto il
meccanismo, insomma, lavora come
gli ingranaggi di
un perfetto orologio, lubrificato per
di più da un'evocativa e ben orchestrata colonna sonora.

Proprio per il suo voler
subordinare ogni contenuto a una forma predeterminata, a un principio
linguistico,
il titolo Ubisoft resta un'operazione
autoreferenziale, artificiosa e compiaciuta, un'elegante conversazione tra vecchie signore
un po' stronze, di quelle che comprano case di bambole, cavallucci a dondolo e lussuosi libri
illustrati da sfoggiare sui
mobili d'epoca del salotto.
E' un costoso e superfluo giocattolo di porcellana, un
prodotto creato
da
adulti per gli adulti: uno
splendido surrogato di infanzia, che dell'infanzia seleziona
esclusivamente gli aspetti poetici e
romantici, annacquando ogni problematicità
in un ricordo liquoroso e consolante.
Laddove Brothers
era giovinezza, Child
of Light è la
memoria nostalgica della giovinezza.
Laddove Brothers
era carne e sangue, Child
of Light è
pergamena muffita e
acquerello.
Child of Light resta
ben distante
dallo status di capolavoro. Un capolavoro
definisce con chiarezza i propri obiettivi, e li supporta con
proprietà e coerenza di strumenti.
Il titolo Ubisoft ha fin troppo chiari i suoi obiettivi, ma
finisce per inciampare maldestramente
nell'attimo in
cui qualcosa sfugge
al mirabile equilibrio estetico che è, a ben vedere, il suo unico
vero strumento. A volte il gioco vuole andare troppo in profondità,
e rischia di incrinarsi: era davvero necessaria, per esempio, quella
cornice 'terrestre' che tenta di
riportare la vicenda di Aurora in una dimensione storica e quotidiana? A volte, invece, si rimane troppo in superficie, finendo
per disattendere l'aspettativa del fruitore del racconto: succede in
particolare con il
personaggio di
Igniculus, la
lucciola compagna di Aurora,
che per tutto il gioco rimane una mera funzione di gameplay priva
anche di quella
personalità basilare che sarebbe stata necessaria per concedergli il
diritto di cittadinanza nella
fiaba.
Child of Light costituisce un'esperienza di sicuro
fascino solo a patto che si voglia rinunciare, a ogni pretesa di contenuto, e si accetti di lasciarsi semplicemente trasportare dalle note di un sofisticato minuetto. E' una deliziosa, stupida bambola da
collezione, che va maneggiata
con cura e ammirata da lontano. Al
massimo le si possono
pettinare
i capelli per qualche minuto.
Poi
la si rinchiude in vetrina e si esce a comprare il latte, respirando aria vera.
Ottima recensione, molto approfondita. Grazie per averla scritta. Ora ho un'idea più chiara su Child of Light e su cos'è realmente.
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